“Ho ucciso il giudice Livatino, oggi lo prego e non mi do pace”

Gaetano Puzzangaro in una delle rare immagini recenti

Per il settimanale Panorama, in edicola da oggi, ho intervistato uno dei killer del giudice Rosario Livatino, Gaetano Puzzangaro. A seguire un’anticipazione del servizio.

L’incontro avviene in una saletta del carcere di Opera, alle porte di Milano, nell’area colloqui della sezione “alta sicurezza”. Un tavolino bianco di plastica e tre sedie: nella stanza non c’è nient’altro. E’ il reparto dove vivono gli ergastolani ostativi, quelli usciti dal 41 bis: uomini che non avranno mai la speranza di un permesso fuori dalla struttura.

Il colloquio è fissato per le 13, lui arriva dopo pochi secondi, scortato da una guardia. E’ ben vestito: giubbotto grigio, sciarpa intorno al collo, jeans. Il viso è pulito, sbarbato, i capelli sono pettinati, iniziano a diventare bianchi. Le mani sono rosse, avvizzite, tipiche di chi, da ragazzino, nella Sicilia degli anni ’70 e ’80, le aveva ferite troppe volte tra i ceppi, giocando in campagna con gli amici o scappando dai nemici. Gli occhi sono scuri, profondi. Non dimostra 49 anni, 25 dei quali li ha già vissuti in carcere. Ha con sé un sacchetto: “Cosa c’è dentro?”. “Ho portato dell’acqua se avete sete”, risponde a don Antonio, il cappellano.

Durante il suo racconto esce fuori, ogni tanto, anche qualche parola in dialetto, il gergo di quella Sicilia che, il 21 settembre del 1990, mostrò al mondo uno dei suoi volti più crudeli: l’assassinio mafioso del giudice di Canicattì, Rosario Livatino. Soprannominato “il giudice-ragazzino”, fu ammazzato da un commando di quattro ventenni della cosiddetta “stidda”, l’associazione mafiosa che, secondo i magistrati, si contrapponeva a Cosa Nostra.

Quella mattina, Livatino, in auto, senza scorta, stava andando al lavoro, al tribunale di Agrigento, quando la sua Ford Fiesta rossa fu affiancata dall’auto e da una moto dei malviventi. In quella piccola stanza del carcere milanese, di fronte a noi, c’è uno di quei quattro ex ragazzi: Gaetano Puzzangaro, soprannominato “‘a musca”, la mosca, un vecchio nomignolo di famiglia, nella sua Palma Di Montechiaro. “Da quasi 20 anni sto facendo un percorso spirituale”, ci racconta, “ho testimoniato per la causa di beatificazione di Livatino perché era doveroso. Oggi mi farei ammazzare piuttosto che rifare ciò che gli ho fatto! E lo prego ogni domenica a Messa. Il mio più grande rimorso? Non aver avuto il coraggio di chiedere scusa ai suoi genitori”.

Signor Puzzangaro perché l’avete ucciso?
Io non sapevo nemmeno chi fosse Rosario Livatino. Ho saputo di lui poco prima della sua uccisione. Ci era stato detto che il dottor Livatino aiutava altre persone contro di noi, che veniva contro i giovani. E noi ci abbiamo creduto…

Perché si era avvicinato a questo ambiente criminale?

Gaetano Puzzangaro in una foto dell’epoca


Avevo 20 anni, vivevo come tanti giovani di provincia, ero scout e andavo a messa la domenica. Poi è successo che non mi sentivo più appagato.

Cosa ha fatto?
Avevo voglia di uscire dalla routine campagnola. Intorno ai 19 anni e mezzo i miei amici d’infanzia iniziavano a sposarsi oppure partivano per il servizio militare. E io ero rimasto solo nel mio quartiere e così ho iniziato a frequentare giovani che erano ai margini. Non scarico la responsabilità sugli altri: a decidere sono stato io, è colpa mia.

Torniamo per un attimo a quel 21 settembre del 1990: qual è l’ultimo ricordo che ha del giudice Livatino?

Puzzangaro alla domanda cambia espressione. Sta zitto per alcuni istanti e guarda a terra. Poi chiede: “Sei sicuro che vuoi saperlo?”. La risposta è affermativa.

Bene, se vuoi saperlo te lo dico. L’ultimo ricordo è di noi che ci affianchiamo alla sua auto. L’ho visto che girava la testa e guardava verso di noi. Aveva una camicia bianca e gli occhiali scuri. Il suo viso, mentre ci guardava, era stupito, come se non capisse. Poi è successo quello che sappiamo.

Il giudice Rosario Livatino

E dopo averlo ucciso eravate contenti?
No, non eravamo contenti o euforici, non abbiamo brindato come qualcuno ha detto. Quella mattina io speravo che il dottor Livatino non facesse quel tragitto. Poi non ci ho capito più niente…

Eravate dei ragazzini, qualcuno vi ha usato?
Non lo so. Erano altri che tenevano i contatti. Io non sapevo cosa fosse Cosa Nostra. La svolta era avvenuta nell’89 perché ci avevano detto che volevano ucciderci per delle rapine fatte in banca. Oggi mi farei ammazzare piuttosto che rifare ciò che ho fatto al giudice Livatino.

Lei è stato arrestato 2 anni dopo l’omicidio, nel 1992. Quando ha iniziato a capire di aver sbagliato?
Il discorso di Giovanni Paolo II dalla Valle dei Templi di Agrigento nel 1993 (con il monito “Lo dico ai responsabili, convertitevi”, ndr), mi ha fatto molto riflettere, ho capito che dovevo uscire da quella vita. Ho visto le immagini del Papa che incontrava i genitori di Livatino e ho ancora quell’immagine impressa nella mente. I loro sguardi. Queste due persone non hanno mai espresso parole di condanna, ma solo di perdono e di vicinanza ai nostri genitori.

Si è pentito?
Parlerei di seconda conversione. Un quotidiano siciliano tempo fa ha scritto: “Si pente uno dei killer di Livatino”. Dalle nostre parti, pentirsi, significa diventare collaboratore di giustizia. E non è stato così. In quel momento ho temuto per la mia famiglia. Il mio è stato un pentimento interiore, spirituale.

Perché non ha chiesto perdono ai genitori di Livatino quando erano ancora in vita?
Il perdono non c’entra, avrei dovuto chiedere scusa: non è giusto che l’autore di un crimine così debba imporre un’altra decisione ai genitori della vittima. La trovo una cosa egoistica e invadente. Il mio grande rammarico è di non aver avuto il coraggio di incontrarli quando avrei potuto farlo. Non sono riuscito, ma ho chiesto scusa dentro di me. E ho pregato per loro.

E per Livatino prega?
Non passa domenica che non preghi per lui durante la Messa. Dico sempre tre “eterno riposo” per tre persone. Due vanno sempre in coppia: per mio padre e per lui.

E lo sogna?
Sì, ogni tanto mi capita. Lo vedo sul ciglio della strada, a terra. Io che passo e poi torno indietro per aiutarlo. Ci parlo anche col dottor Livatino: di notte faccio lunghe chiacchierate con lui.

Perché ha deciso di testimoniare per la sua causa di beatificazione?
Perché era mio dovere farlo. All’epoca non mi ero reso conto che Livatino lavorasse per i giovani, per una società migliore. Lavorava anche per me, che mi ero perso in quel mostro che fagocitava tutto. La decisione l’ho maturata soprattutto dopo le parole di Papa Francesco pronunciate a Cassano allo Jonio e dopo il mio percorso religioso…

Che tipo di percorso?
Anche se si viene a sapere solo adesso, ho iniziato un percorso spirituale tra il 1999 e il 2000. Da allora continuo a cadere a terra e a rialzarmi. Gli psicologi e i religiosi del carcere mi hanno preso per mano, a partire da don Antonio, Suor Gianna, Suor Beniamina, don Francesco, don Walter. E mi hanno aiutato a tirar fuori quello che avevo dentro. Devo ringraziare anche il direttore Siciliano (che ha diretto il carcere di Opera e ora quello di San Vittore, ndr) che ha voluto investire sul carcere e sui detenuti. E devo dire che abbiamo fatto un bel viaggio insieme.

E oggi cosa si sente di dire ai giovani che come lei si avvicinano ad ambienti criminali?
Che se hanno anche solo una piccola percezione di essere avvicinati da mangiatori di vite, perché gli viene prospettato un futuro roseo, fatto di rispetto, soldi, carriera, immortalità, devono dire di no! Perché non vogliono la vostra felicità. I genitori lo vogliono, loro no! In quell’ambiente gli ideali sono di servirsi di voi, sfruttarvi fin quando possono. E se vi andrà bene, forse vivrete, ma se vi andrà male, morirete, o rischierete di perdere la vostra anima in carcere. Proprio Com’è accaduto a me.

Fabio Marchese Ragona

(Intervista pubblicata nell’edizione del settimanale Panorama del 21.12.2017)

8 risposte a ““Ho ucciso il giudice Livatino, oggi lo prego e non mi do pace”

  1. Non mi permetto di giudicare,perché l’unico che può farlo è DIO ( sono cattolico praticante ). C’ è un detto dalle mie “parti” : quando nascono son tutti BELLI , quando “muoiono “ son tutti SANTI

  2. È difficile comprendere.e contestualmente far finta che nulla è successo.
    Hanno tolta la vita ad un giovane magistrato,che lavorava per migliorare la società.
    Ora, dopo tanti anni di carcere duro potrebbe bastare…ma sarebbe giusto che rimanesse in carcere x un totale di 30 anni..senza il carcere del l’articolo 41 bis con la cancellazione del ergastolo.

  3. Datti Tanta Forza Che Dio ti possa aiutare !!!!e Magari un Giorno avere la Liberta…Già hai pagato troppo la tua Pena,,,,Sei Comunque un Grande…Ti auguro un sereno Natale

  4. Che dire , mi dispiace moltissimo per il giudice livatino e mi dispiace per questo uomo sfortunato che sta pagando la sua pena. Se è sincero e CREDO che lo sia spero che prima o poi esca a rivedere la luce del giorno. Buona fortuna. Anche a lei sig. Giudice dove esso si trovi

  5. Il racconto di questo uomo, vittima della società, della società del sud, pone una serie di grandi riflessioni. Perché Gaetano Puzzangaro diventa braccio violento della malavita organizzata offrendosi come strumento per uccidere Rosario Livatino? Perché un giovane di 19 anni si avvicina alla mafia e ne diventa killer senza capire affondo l’uomo che stesse uccidendo e perché? Perché a distanza di tutti questi anni, a 49 anni, quest’uomo, riesce a fare un discorso maturo, garbato, ricco di contenuti e di grande umanità, lanciando un messaggio ai giovani di oggi? Subito detto, perché questo uomo poteva non essere la persona di cui si sta a parlare, se questa società avesse dato strumenti e una alternativa diverse, proprio a lui ne aveva più di bisogno, rispetto ad altri. Purtroppo, per fortuna non a molti, capita ai giovani come lui diventare manovalanza del crimine, mentre i riferimenti sociali restano immobili. La politica e la Scuola, principalmente, ma anche la Società, la Famiglia, la Chiesa spesso sono presi da altri pensieri mentre davanti gli occhi di tutti passano vite come quella di Gaetano che avrebbe dovuta essere intercettata e prelevata prima ancora di cadere nella trappola, che qui da noi è in agguato, purtroppo, ancora oggi. Quella di Rosario Livatino è stata un’azione generosa e di servizio il quale subito aveva capito i guasti di un sistema che andava corretto e guarito, la sua azione intellettuale e stata insufficiente a fronteggiare, a valle, la forza mostruosa che aveva davanti, quando a monte si fa, o si vuole, fare poco. La politica è unica entità responsabile di tutto quello che avviene e non avviene in un Paese, per quello che non fà e per quello che fà male, perché da essa discendono tutti gli indicatori di una società civile. E’ mancata la Politica, manca la politica e gli esempi che essa ci offre sono motivo di incertezza e non discontinuità, in una società che purtroppo resta malata ove lo spettro dei Puzzangaro continua ad aggirarsi.

  6. … da umano credo nella Tua volontà di conversione … a Te che hai deciso di ravvederti desidero solo dirti di avere fede e speranza nella Misericordia di Gesu perché legge nel tuo cuore ed è l’unica persona che non ti tradira’ mai. Tuo fratello in Cristo. Buon Natale. Rosario

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