Il Papa racconta il “suo” Vaticano II

Il giovane Ratzinger insieme al Card. Frings

Era l’11 ottobre 1962, 50 anni fa esatti. In Vaticano l’anziano Papa Giovanni XXIII apriva l’evento più importante per la Chiesa del XX secolo: il Concilio Vaticano II. Tra i padri conciliari e i teologi di tutto il mondo, c’era anche un giovane sacerdote 35enne, arrivato a Roma come consulente del cardinale tedesco Joseph Frings. Era Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI, che oggi si improvvisa cronista e dalle colonne dell’Osservatore Romano (che ha realizzato anche un numero speciale sul Concilio) racconta quei giorni magici di 50 anni fa.

“Fu una giornata splendida quando, l’11 ottobre 1962, con l’ingresso solenne di oltre duemila Padri conciliari nella Basilica di San Pietro a Roma, si aprì il Concilio Vaticano II”, racconta il Papa, “fu impressionante vedere entrare i vescovi provenienti da tutto il mondo, da tutti i popoli e razze: un’immagine della Chiesa di Gesù Cristo che abbraccia tutto il mondo, nella quale i popoli della terra si sanno uniti nella sua pace”.

Il Pontefice racconta nei minimi dettagli l’apertura del Concilio, momento importantissimo di confronto tra le varie chiese di tutto il mondo: “I singoli episcopati indubbiamente si avvicinarono al grande avvenimento con idee diverse. Alcuni vi giunsero più con un atteggiamento d’attesa verso il programma che doveva essere sviluppato. Fu l’episcopato centroeuropeo – Belgio, Francia e Germania – ad avere le idee più decise”, spiega Benedetto XVI, “Nel dettaglio l’accento veniva posto senz’altro su aspetti diversi; tuttavia c’erano alcune priorità comuni. Un tema fondamentale era l’ecclesiologia, che doveva essere approfondita dal punto di vista della storia della salvezza, trinitario e sacramentale; a questo si aggiungeva l’esigenza di completare la dottrina del primato del Concilio Vaticano I attraverso una rivalutazione del ministero episcopale.

Un tema importante per gli episcopati centroeuropei era il rinnovamento liturgico, che Pio XII aveva già iniziato a realizzare. Un altro accento centrale, specialmente per l’episcopato tedesco, era messo sull’ecumenismo: il sopportare insieme la persecuzione da parte del nazismo aveva avvicinato molto i cristiani protestanti e quelli cattolici; ora questo doveva essere compreso e portato avanti anche a livello di tutta la Chiesa. A ciò si aggiungeva il ciclo tematico Rivelazione-Scrittura-Tradizione-Magistero.

Tra i francesi si mise sempre più in primo piano il tema del rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno, ovvero il lavoro sul cosiddetto “Schema XIII”, dal quale poi è nata la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Qui veniva toccato il punto della vera aspettativa del concilio. La Chiesa, che ancora in epoca barocca aveva, in senso lato, plasmato il mondo, a partire dal XIX secolo era entrata in modo sempre più evidente in un rapporto negativo con l’età moderna, solo allora pienamente iniziata. Le cose dovevano rimanere così? La Chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi?”.

Avvicinare la Chiesa quindi al “nuovo mondo” e non crearne una nuova, come spiega il Papa: “I Padri conciliari non potevano e non volevano creare una Chiesa nuova, diversa”, scrive il Papa raccontando quei giorni,  “Non avevano né il mandato né l’incarico di farlo. Erano Padri del concilio con una voce e un diritto di decisione solo in quanto vescovi, vale a dire in virtù del sacramento e nella Chiesa sacramentale. Per questo non potevano e non volevano creare una fede diversa o una Chiesa nuova, bensì comprenderle ambedue in modo più profondo e quindi davvero “rinnovarle”. Perciò un’ermeneutica della rottura è assurda, contraria allo spirito e alla volontà dei Padri conciliari”.

Papa Ratzinger nel suo racconto si concentra anche sull’importanza che venne data al dialogo con le altre religioni, grazie a un documento, la dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, che inizialmente non prevedeva però una discussione sull’Islam: “All’inizio – racconta Benedetto XVI – c’era l’intenzione di preparare una dichiarazione sulle relazioni tra la Chiesa e l’ebraismo, testo diventato intrinsecamente necessario dopo gli orrori della shoah.

I Padri conciliari dei Paesi arabi non si opposero a un tale testo, ma spiegarono che se si voleva parlare dell’ebraismo, allora si doveva spendere anche qualche parola sull’islam. Quanto avessero ragione a riguardo, in occidente lo abbiamo capito solo poco a poco. Infine crebbe l’intuizione che fosse giusto parlare anche di altre due grandi religioni – l’induismo e il buddhismo – come pure del tema religione in generale. A ciò si aggiunse poi spontaneamente una breve istruzione relativa al dialogo e alla collaborazione con le religioni, i cui valori spirituali, morali e socio-culturali dovevano essere riconosciuti, conservati e promossi.

Così, in un documento preciso e straordinariamente denso, venne inaugurato un tema la cui importanza all’epoca non era ancora prevedibile. Quale compito esso implichi, quanta fatica occorra ancora compiere per distinguere, chiarire e comprendere, appaiono sempre più evidenti. Nel processo di ricezione attiva è via via emersa anche una debolezza di questo testo di per sé straordinario: esso parla della religione solo in modo positivo e ignora le forme malate e disturbate di religione, che dal punto di vista storico e teologico hanno un’ampia portata; per questo sin dall’inizio la fede cristiana è stata molto critica, sia verso l’interno sia verso l’esterno, nei confronti della religione”.

LEGGI QUI IL RACCONTO COMPLETO DEL PAPA

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4 risposte a “Il Papa racconta il “suo” Vaticano II

  1. Per mè in questo mondo ci sono troppe sfumature nella storia umana dove vengono interpretati con tanti punti di vista e queste guerre di religioni che servono solo ad arricchire potenze che riescono a soggiogare popoli facili da manipolare.

  2. Per questo non potevano e non volevano creare una fede diversa o una Chiesa nuova, bensì comprenderle ambedue in modo più profondo e quindi davvero “rinnovarle”. Perciò un’ermeneutica della rottura è assurda, contraria allo spirito e alla volontà dei Padri conciliari”.

    Mi sembra sia veramente chiaro ed illuminante e si quietino pure gli ultratradizionalisti e i progressisti. Quì non siamo in politica e la Fede non è una “poltrona”!

    Pace e Bene

  3. A proposito di Gaudium et Spes –

    § 2 . – “ il Concilio Vaticano II, avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini”

    Perché continuano a chiamarlo “mistero ?” se lo hanno penetrato più a fondo ?

    http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html

  4. Per salvaguardare l’unità tra cristiani ebrei e non, nel I secolo (precisamente concilio di Gerusalemme nel 49 circa), gli apostoli si radunarono per stabilire se la Legge Mosaica fosse ancora da rispettare o no. Arrivarono unanimemente ad una decisione con questa formula esposta in Atti 15:28: “Poiché allo spirito santo e a noi è parso bene…”. Da quella riunione, il cristianesimo prosperò perché Dio lo benediceva con il suo spirito. (Salmo 127:1; 1Corinti 3:7; Luca 11:13) I testi disponibili erano appunto la Legge e i Profeti (Atti 15:15).
    Quali testi hanno usato al Concilio Vaticano II? Le Sacre Scritture o la tradizione? Con quali risultati?
    In effetti il Concilio Vaticano II in un suo decreto dichiarò: “La sacra Scrittura . . . costituisce uno strumento eccellente nella potente mano di Dio per il raggiungimento di quella unità, che il Salvatore offre a tutti gli uomini”. Tuttavia, indebolendo il valore unificatore della Bibbia lo stesso Concilio Vaticano dichiarò: “La Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura. Perciò l’una e l’altra [la sacra Tradizione e la sacra Scrittura] devono essere accettate con pari sentimento di pietà e riverenza”. — I Documenti del Concilio Vaticano II (2a ed.), Edizioni Paoline, 1966, pagine 331, 155, 165. Ma da 1Corinti 1:10 si attinge: “Ora vi esorto, fratelli, per il nome del nostro Signore Gesù Cristo, a parlare tutti concordemente, e a non avere fra voi divisioni, ma ad essere perfettamente uniti nella stessa mente e nello stesso pensiero”.
    Ratzinger, quando prefetto della Sacra Congregazione per la dottrina della fede a Roma, dichiarò: “Gli scismi avvengono solo quando la gente ha smesso di vivere e di amare certe verità e certi valori della fede cristiana”. Niente di più vero, ma purtroppo il Concilio Vaticano II non ha ristabilito la verità e l’unità come avvenne nel I secolo.
    Con il “Dei Verbum”, il Vaticano II diede via libera alla pubblicazione di “opportune e corrette traduzioni” della Bibbia, e ordinò ai vescovi cattolici “di istruire debitamente i fedeli loro affidati nel corretto uso dei libri divini”. Pertanto i comuni cattolici possono al presente procurarsi Bibbie, leggerle e confrontare quello che leggono con quello che è stato loro insegnato. Questa è la parte buona del Concilio ma solo pochi al momento sembra l’abbiano colta. Eppure sempre dalla scrittura si attinge: “Non spegnete il fuoco dello spirito. Non trattate le profezie con disprezzo. Accertatevi di ogni cosa; attenetevi a ciò che è eccellente” (1Tessalonicesi 5:19-21).

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