Stanze Vaticane

“E’ l’ora di agire e far sparire l’ISIS” Intervista al Card. Philippe Barbarin

Il Card. Barbarin in Iraq (Photo Sedicom/Diocèse de Lyon)

Il Card. Barbarin in Iraq (Photo Sedicom/Diocèse de Lyon)

“Adesso è il momento di agire, mettere tutto in opera: sovvenire ai bisogni immediati delle popolazioni sfollate, far sparire l’ISIS, trovare una soluzione politica per il futuro dell’Iraq con delle azioni politiche e militari. E non dimentichiamo che anche noi dobbiamo agire!” Così l’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin intervistato da Tgcom24 – Stanze Vaticane all’indomani della decapitazione del fotoreporter americano James Foley da parte dei jihadisti dell’ISIS. “Era profondamente cattolico”, sottolinea il cardinale, “recitava il rosario tutti i giorni e voleva lasciare il giornalismo al termine del suo reportage per dedicare il suo tempo al dialogo interreligioso”. Il cardinale è stato in Iraq alcune settimane fa con una delegazione di vescovi francesi per incontrare i cristiani sfollati.


Eminenza, che situazione ha trovato in Iraq?

Con una piccola delegazione dei vescovi francesi, siamo stati a Karakosh e Al Kosh, luoghi ancora accessibili. Abbiamo visitato anche Kirkouk ed Erbil insieme a numerosi villaggi vicini a questi quattro centri. Abbiamo sentito centinaia di storie di profughi, tutte diverse ma con un unico comune denominatore: niente più lavoro, niente più casa, tutti i propri averi rubati ai posti di blocco, con l’obbligo di lasciare lì le proprie vetture con all’interno ammassati tutti gli oggetti più preziosi. La gente era molto in collera, spesso scoraggiata, senza speranza di ritorno, perfino desiderosi di lasciare definitivamente l’Iraq. Ma le famiglie erano riunite, mai abbiamo sentito parole di vendetta. Per me la cosa più ammirevole è che, di fronte ad una tale minaccia e ad una tale violenza, nessuno tra loro ha rinnegato la propria fede in Cristo. Da allora ci son giunte brutte notizie: secondo il Patriarca Sako un uomo è stato ucciso a un posto di blocco, e tre persone (una donna e due bambini di età compresa tra 5 e 9 anni) sono stati uccisi con colpi di mortaio a Karakosh. Le famiglie trovano ancora rifugio principalmente a Erbil, ma anche – e questa è una novità – a Suleymaniyah al confine tra il Kurdistan iracheno e Iran.

 Cosa l’ha colpita in particolare?
Più volte il Patriarca caldeo, con cui ho passato tutto il mio tempo durante la visita, ha raccontato della conversazione telefonica avuta con il Papa. Questo è stato di grande conforto per i cristiani d’Iraq. Tutto ciò che abbiamo visto durante la visita è stato certamente doloroso, ma siamo rimasti colpiti dall’ospitalità delle famiglie curde. A volte la situazione era più precaria: venticinque persone stipate dentro una classe. Altre volte stipate dentro una sala parrocchiale, una chiesa o una cattedrale c’erano cento, cinquecento o mille e cinquecento persone. La comunità cristiana di Erbil, le parrocchie o la cattedrale hanno fatto del loro meglio per accogliere i rifugiati. Ciò che è avvenuto per la presa di Karakosh e Al Kosh, dove i rifugiati cristiani sono decine di migliaia, è molto più drammatico. Il Card. Filoni dà notizie terribili da quando è arrivato in Iraq. Il Patriarca Sako ha fatto degli appelli solenni. Inoltre sono anche in contatto con Padre Hanna Anis, parroco della parrocchia caldea di Lione. Una grande preoccupazione è che gli Yazidi sono stati gettati sulla strada con un caldo insopportabile. Tutti si sono scontrati con dei bisogni immediati: bere, dormire, mangiare, protezione solare, trovare i vestiti … e ancora: decidere se partire o se restare in Iraq, trovando rifugio per la famiglia, trovando un lavoro, garantendo assistenza medica, sapendo dove mandare i bambini a scuola in poche settimane …

La Conferenza Episcopale Francese ma anche il Patriarca caldeo Sako hanno chiesto chiaramente un intervento militare. Pensa che sia una strada indispensabile da seguire?
L’ intervento (militare – ndr) ha avuto luogo. Il Patriarca stesso lo ha ritenuto insufficiente. Ovviamente è con la morte nel cuore che i vescovi approvano o richiedono l’uso delle armi. Giovanni Paolo II aveva ben spiegato al tempo della guerra nei Balcani, che il pacifismo è a volte in contrasto con il progresso della pace. Ciò che Papa Francesco chiede è che si “fermi” il progresso dello Stato islamico del Levante e il suo presunto califfo. In breve, si impedisca a loro di far danni, come hanno già fatto. Infine si impedisca loro di seminare ancora terrore. Ho sentito che a volte  il “Califfo” è stato trattato come un matto e che fu ripudiato da molti dei suoi parenti, a causa dei suoi eccessi. Ma non si deve mai sottovalutare questo avversario. Sappiamo che è armato e ha mostrato capacità innegabili. Non dimentichiamo che ha fatto cadere Mossoul, ancora sorvegliata dall’esercito regolare, in meno di 24 ore!

Il Papa durante il volo di ritorno dalla Corea ha detto che bisogna “fermare” l’aggressore, ha anche scritto una lettera al Segretario Generale dell’ONU chiedendo di intervenire. Pensa che sarà ascoltato? 
Durante il nostro ultimo giorno di missione in Iraq, a Kirkouk, ho sentito il vescovo del luogo, Mons. Joseph, esclamare: “Prima eravamo senza voce, adesso la nostra voce è ascoltata!”. Subito dopo il ministro degli Esteri francese si è recato sul posto e un abbondante aiuto di cibo e medicinali è stato inviato alle famiglie perseguitate.
Penso che la comunità internazionale sia ben allertata e che le parole del Papa siano ascoltate. Il Card. Tauran ha anche chiesto alle autorità musulmane di pronunciarsi contro queste azioni dell’ISIS e un funzionario dell’Università del Cairo lo ha fatto in modo vigoroso. A seguire lo hanno fatto anche il Gran Muftì dell’Arabia Saudita e le autorità musulmane dell’Indonesia. Non so se questo cambierà qualcosa nelle menti dei dirigenti dell’ISIS. Ciò che è importante però è che sono consapevoli del loro isolamento e che sanno di esser smentiti dai leader musulmani quando dicono di agire in nome dell’Islam.

La Francia ha detto di esser pronta ad affiancare gli USA nei bombardamenti sulle postazioni dell’ISIS. Pensa che sia una scelta saggia per aiutare i cristiani?
La Francia è fortemente impegnata sia sul fronte umanitario che sul fronte politico, di concerto con tutti i partner europei. Se la Francia giudica di poter dare il suo contributo in un’azione militare per riportare l’intero paese ad una vita normale, io mi affido alle decisioni dei nostri governanti. L’obiettivo è di prevenire i gravi danni causati dall’ISIS (poiché porta morte nella regione), e di permettere alle persone di tornare nelle proprie case, se lo desiderano. Questo è quello che il Presidente Hollande ha detto esplicitamente al nuovo Presidente dell’Iraq subito dopo la sua elezione. Durante il nostro soggiorno in Iraq abbiamo sentito diverse volte uno o una deputati sciiti e sunniti dire ai cristiani di rimanere in Iraq, altrimenti, senza di loro, il Paese non potrebbe esser ricostruito. E questo è anche il pensiero del Patriarca caldeo Sako. Resta il fatto che c’è un problema sullo status di rifugiato in Francia: ogni visita al proprio paese d’origine fa perdere immediatamente i diritti acquisiti associati allo status di rifugiato. In pratica si chiede alla gente di scegliere tra il proprio paese e quello ospitante. A mio parere si dovrebbe cambiare questa legge in modo tale che i cristiani d’Iraq possano mettersi in salvo finché la tempesta non sia finita e poi poter fare ritorno nel proprio Paese.

I cristiani d’Iraq le hanno fatto delle richieste?
Sì, hanno fatto tante richieste d’aiuto. In primo luogo la rassicurazione che siano ben accolti qualora emigrassero in Francia

Vuole fare un appello alla comunità internazionale?
Non so se sia il caso di fare un nuovo appello. Tanti sono stati fatti e hanno raggiunto l’obiettivo. Adesso è il momento di agire, mettere tutto in opera: sovvenire ai bisogni immediati delle popolazioni sfollate, far sparire l’ISIS, trovare una soluzione politica per il futuro dell’Iraq…i politici devono prendere delle decisioni economiche e militari. E non dimentichiamo che anche noi dobbiamo agire!
Come tutti, il mio pensiero va in primo luogo alle famiglie sfrattate dalle loro case e spogliate di tutti i loro beni. Propongo di creare una rete che colleghi le famiglie cristiane irachene con quelle europee o di altri luoghi; questo può essere un grande conforto per i nostri fratelli e sorelle irachene. E’ stato creato un sito web per permettere questi incontri! Da parte mia ho avviato un gemellaggio diocesano tra Lione e Mossoul, dove il vescovo non ha nemmeno il diritto di entrare nella propria città. Come Lione, Mossoul è un luogo molto antico della comunità cristiana. In Iraq mi è stato detto: “Questa è forse la prima volta in diciotto secoli che non si celebra la Messa di domenica a Mossoul!”. Prima di chiudere voglio dire che il mio appello è in primo luogo un appello alla preghiera.. Di fronte ai cristiani mussouliti rifugiati a Karakosh mi son impegnato a recitare tutti i giorni la preghiera del Padre Nostro in caldeo, finché non potranno tornare nella loro città. Non importa la lingua, il Padre Nostro è la preghiera che contiene tutte le altre. Sono felice di sapere che molti fratelli e sorelle in Francia e altrove si sono associati alla mia promessa.

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