Quella pallottola contro il vescovo

Mons. Alessandro, vescovo di Garissa

“Era il 18 ottobre, guidavo la macchina, con me c’erano anche tre volontari maltesi che si trovavano in Kenya da un po’ di tempo. Ad alcuni chilometri di distanza dalla parrocchia, quattro uomini armati, puntando le armi alla nostra auto, fecero segno di fermarci. Facevano parte del gruppo terroristico Shifta”.

Comincia così la drammatica testimonianza di Mons. Joseph Alessandro, attuale vescovo di Garissa, in Kenya, che in un volume dal titolo “Joe” e distribuito dalla “Fondazione Santina” per la collana “Volti di Speranza”, racconta la sua storia, da quando era un semplice frate cappuccino alla strage terroristica che 2 anni fa causò la morte di 150 persone all’università della città. Lo stesso vescovo ha un passato fatto di sofferenza, con un episodio, risalente al 1993, che ha segnato la sua vita per sempre.

“Non appena stavo per fermare l’auto”, racconta il vescovo, “uno dei banditi aprì il fuoco. Una pallottola attraversò la portiera alla mia destra. La pallottola sparata era una di quelle del tipo chiamato “damdam”, che esplode non appena colpisce il bersaglio. Quando esplose nella mia gamba tutti i frammenti entrarono nel mio fianco destro e sentii anche alcune parti più piccole nelle budella – ed in effetti alcune schegge sono ancora lì. In quel momento sentii come se ci fosse un grande bruciore dentro di me”. A quel punto l’allora Superiore dei cappuccini fu derubato di tutto e lasciato lì per strada, da solo: “Vidi questi Shifta”, racconta, “intorno a noi che ci ordinarono di scendere subito dall’auto. Visto che non riuscivo a scendere da solo a causa della mia gamba destra ferita, il mio femore era in frantumi, i volontari mi aiutarono a scendere. Due dei banditi mi chiesero dei soldi. Dissi loro che non ne avevo e quindi mi presero tutto quello che potevano portare via, inclusi occhiali, orologio da polso, cintura, scarpe, e calzini”.

“Cerchiamo segni di vita e capita di venire soffocati dalla polvere e di ritrovarci con la carne lacerata da un proiettile”, scrive nella presentazione del volume, Mons. Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, “sono quei momenti in cui anche l’aria sembra trattenere il respiro e tutto è immobile, come se ci si preparasse all’inevitabile, alla tragedia che potrebbe cancellare un’esistenza. In realtà, in quei momenti, siamo nel cuore della testimonianza, intesa come martirio, in cui ci è chiesta la condivisione della passione, della Via Dolorosa, del dramma di tanti nostri fratelli e sorelle che, ancora oggi, muoiono confessando il nome di Gesù, il Signore. Provi l’angoscia della solitudine”, continua Viganò, “sperimenti l’arsura, mentre la gola ti brucia irritata dalla sabbia che ti toglie il respiro, porti nel tuo corpo i segni della brutale violenza e dell’odio che da millenni continuano a seminare morte e a condannare innocenti, a crocifiggerli”.

Il volume raccoglie anche testimonianze drammatiche dal campo profughi keniota di Dadaab, il più grande del mondo con 360.000 persone ospitate: anche in questo caso storie di sofferenza, storie di dolore e di martirio. “Faccio fatica a continuare a scrivere dopo aver letto l’ultima parte del testo”, dice Mons. Dario Viganò nella presentazione, “vorrei lasciare spazio al silenzio e alle lacrime, all’ascolto e alla tenerezza, al perdono e alla misericordia per meditare e accogliere la testimonianza preziosa di questi martiri. Affiorano alla memoria le affermazioni di Papa Francesco nell’omelia a Santa Marta del 30 gennaio 2017. ‘I martiri sono quelli che portano avanti la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli. I media non lo dicono perché non a notizia: tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati. Ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo: questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione, noi che abbiamo tutto, tutto sembra facile per noi e se ci manca qualcosa ci lamentiamo. Pensiamo a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio”.

“Così i fotogrammi di una persecuzione sempre più globalizzata”, conclude il Prefetto della Segreteria per la Comunicazione, “come sostiene Papa Francesco, si susseguono, mentre ci inchiniamo al sacrificio di tanti fratelli, per i quali anche una pallottola si trasforma in un dono, per Amore”.

Leggi QUI il libro su “Joe”

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2 risposte a “Quella pallottola contro il vescovo

  1. Ci vuole coraggio e molta fede x rimanere in luoghi ove i Cristiani sono perseguitati ! Bella testimonianza che mi fa pensare ai primi cristiani !

  2. Caro Vescovo Fr.Joe, siete un eroi per me che vi ho conodciuto nella mia gioventu a Kalkara, Malta. Vostra umilta e semplicita erano dei sue doni che mi colpivano profondament! Che Dio vi benedica sempre. Sei nei nostri cuori e preghieri – Jacqueline (Potter) Dimech.

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